Cloud security: cos'è e come funziona la sicurezza cloud

Cloud security, cos'è: chi risponde di cosa tra te e il provider, i sei ambiti da presidiare, cosa chiedono ISO 27001 e NIS2 e da dove partire.

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Cloud security: cos'è e come funziona la sicurezza cloud

Punti chiave

  • La cloud security è l'insieme di regole, controlli e strumenti che tengono sotto controllo identità, configurazioni, dati e workload di un'azienda su AWS, Azure, Google Cloud e SaaS.
  • Nel modello di responsabilità condivisa il provider gestisce l'infrastruttura; per Microsoft dati e identità restano sempre al cliente, in ogni modello di servizio.
  • Secondo la documentazione di architettura di Google Cloud, molte violazioni della sicurezza del cloud sono la conseguenza diretta di una configurazione sbagliata.
  • I controlli si raggruppano in sei ambiti: identità e accessi, configurazioni, workload, dati e cifratura, rete ed esposizione, log e rilevamento.
  • ISO/IEC 27001:2022 dedica al cloud il controllo 5.23; la NIS2 (art. 24 c. 2 del D.Lgs. 138/2024) tocca il cloud con fornitori, backup, cifratura, accessi e autenticazione a più fattori.
  • Si parte da inventario, identità, esposizione e log, e si chiude con una lista di rischi ordinata per sfruttabilità reale.

La risposta breve: la cloud security, o sicurezza del cloud, è l'insieme di regole, controlli e strumenti che tengono sotto controllo identità, configurazioni, dati e workload che un'azienda ha su AWS, Microsoft Azure, Google Cloud o in applicazioni SaaS. Il provider si occupa dell'infrastruttura fisica; configurazioni, accessi e dati restano al cliente, ed è su quella parte che si gioca la sicurezza di tutti i giorni.

In questo articolo vediamo cosa copre in pratica, come si divide la responsabilità tra te e il provider, quali sono gli ambiti da presidiare, cosa chiedono standard e NIS2, quali strumenti esistono e da dove partire se il cloud è cresciuto più in fretta di chi lo governa.

Cos'è la cloud security, in pratica

Il NIST, l'ente di standardizzazione statunitense, nella pubblicazione SP 800-145 definisce il cloud computing come un modello di accesso via rete, on demand, a un insieme condiviso di risorse configurabili (reti, server, storage, applicazioni, servizi) che si attivano e si rilasciano con il minimo sforzo di gestione. La stessa definizione individua tre modelli di servizio: IaaS, PaaS e SaaS.

La parola che conta è configurabili. Nel cloud un server, un database o un bucket di storage nascono da un template o da un clic in console, e la loro sicurezza dipende da come sono stati impostati. La cloud security quindi non è un prodotto: è la disciplina che verifica, in modo continuo, che quelle impostazioni restino coerenti con le regole dell'azienda e con il rischio che è disposta ad accettare.

Rispetto alla sicurezza di un data center cambiano tre cose:

  • Il perimetro è l'identità. Chi ha le credenziali giuste raggiunge le risorse da qualunque rete, quindi permessi e autenticazione pesano più dei firewall.
  • L'inventario si muove. Le risorse si creano e si distruggono ogni giorno, spesso da team diversi e su più account.
  • Tutto passa dalle API. Configurazioni, log e permessi si leggono e si modificano via API: è un vantaggio per chi controlla, ed è la stessa strada che usa chi attacca.

Chi è responsabile di cosa: il modello di responsabilità condivisa

Ogni grande provider descrive la divisione dei compiti con un proprio schema. AWS la riassume nella distinzione tra sicurezza del cloud, che spetta ad AWS ed è l'infrastruttura su cui girano i servizi, e sicurezza nel cloud, che spetta al cliente: sistema operativo delle macchine virtuali, aggiornamenti, configurazione dei security group, gestione e cifratura dei dati, permessi IAM.

Microsoft, nella sua documentazione sul modello, è esplicita su un punto che vale per qualunque tipo di servizio: dati e identità restano sempre del cliente, insieme agli account, ai controlli di accesso e ai dispositivi che si collegano al cloud.

La quota di lavoro che ti resta dipende dal modello di servizio. Nella documentazione di architettura di Google Cloud la sintesi è questa:

  • IaaS: la maggior parte delle responsabilità di sicurezza è del cliente, il provider si occupa dell'infrastruttura sottostante e della sicurezza fisica.
  • PaaS: il provider gestisce più controlli, e la responsabilità sui controlli applicativi e sulla gestione di identità e accessi è condivisa.
  • SaaS: il provider si fa carico della maggior parte dei controlli, al cliente restano gli accessi e i dati che sceglie di caricare.

La conseguenza pratica: comprare un servizio cloud certificato non rende sicuro l'uso che ne fai. Le certificazioni del provider coprono la sua parte; la tua parte resta da dimostrare a te.

Perché la sicurezza del cloud si rompe

La stessa pagina di Google Cloud lo dice senza giri di parole: molte violazioni della sicurezza del cloud sono la conseguenza diretta di una configurazione sbagliata. Non servono attacchi sofisticati se uno storage è pubblico per errore o se una chiave di accesso è rimasta in un repository.

Gli errori più frequenti hanno cause organizzative prima che tecniche:

  • Permessi che si accumulano. Ruoli creati per un progetto e mai ritirati, account di servizio con privilegi da amministratore, utenti usciti dall'azienda ancora attivi.
  • Risorse esposte su internet senza saperlo. Porte di gestione aperte, database raggiungibili, ambienti di test dimenticati.
  • Segreti nel posto sbagliato. Chiavi e token nel codice, nelle variabili d'ambiente o nelle immagini dei container.
  • Log spenti o non letti. Senza registri delle attività amministrative un incidente non si ricostruisce.
  • Cloud fuori dal radar. Account aperti da un reparto con la carta aziendale, che nessuno in IT conosce.

Il prezzo di un incidente è concreto. Secondo il comunicato IBM Italia sul Cost of a Data Breach Report 2026, il costo medio di un data breach in Italia è salito a 3,55 milioni di euro, dai 3,31 milioni dell'anno precedente. Per un elenco ragionato delle configurazioni da controllare per prime, c'è il nostro approfondimento sugli errori di configurazione del cloud.

I sei ambiti della sicurezza del cloud

Non esiste una tassonomia ufficiale unica, ma i controlli si raggruppano in sei ambiti che ritrovi, con nomi diversi, nei principali framework.

1. Identità e accessi

Chi può fare cosa, su quali risorse. Autenticazione a più fattori per tutti gli accessi umani, privilegi minimi, nessun uso quotidiano dell'account root o amministratore globale, revisione periodica dei ruoli e delle identità di servizio.

2. Configurazioni e postura

Il confronto continuo tra come sono impostate le risorse e come dovrebbero esserlo. Il riferimento più usato sono i CIS Benchmark, che esistono per i principali provider e servizi.

3. Workload e vulnerabilità

Macchine virtuali, container, funzioni serverless: sistemi operativi da aggiornare, librerie con vulnerabilità note, immagini da controllare prima del rilascio.

4. Dati e cifratura

Sapere dove stanno i dati sensibili, chi li può leggere, se sono cifrati e chi gestisce le chiavi. È l'ambito che resta al cliente in ogni modello di servizio.

5. Rete ed esposizione

Segmentazione, regole di accesso, servizi pubblicati verso internet. Nel cloud la domanda utile non è se una porta è aperta, ma cosa si raggiunge passando da lì.

6. Log, rilevamento e risposta

Registri delle attività abilitati e conservati, eventi portati in un SIEM, qualcuno che li guarda e sa cosa fare quando qualcosa non torna. Senza questo ambito gli altri cinque restano una fotografia statica.

Cosa chiedono standard e normative

Nessuna norma usa la sigla cloud security come titolo di un obbligo, ma il cloud entra in tutti i framework che contano per un'azienda mid-market:

  • ISO/IEC 27001:2022 dedica un controllo dell'Annex A, il 5.23, alla sicurezza delle informazioni nell'uso dei servizi cloud.
  • Cloud Security Alliance: la Cloud Controls Matrix, giunta alla versione 4.1, conta 207 controlli organizzati in 17 domini, ed è la base del programma STAR. Ne parliamo nell'articolo su CSA STAR.
  • NIS2: l'art. 24 c. 2 del D.Lgs. 138/2024 elenca gli elementi che le misure di gestione del rischio devono comprendere almeno, e diversi toccano il cloud da vicino: la sicurezza della catena di approvvigionamento, che comprende i fornitori di servizi (lett. d), la continuità operativa con backup e ripristino (lett. c), crittografia e cifratura (lett. h), controllo dell'accesso e gestione degli assetti (lett. i), autenticazione a più fattori (lett. l). Il quadro completo è nella guida alla NIS2.

Il punto comune: non basta dichiarare che il cloud è configurato bene, serve un'evidenza aggiornata che lo dimostri.

Gli strumenti della cloud security

Gli strumenti nativi dei provider sono il primo livello e coprono bene il singolo cloud. Quando gli account e i provider diventano più di uno, entrano in gioco piattaforme dedicate. Le sigle principali:

  • CSPM (cloud security posture management): controlla le configurazioni rispetto a regole e standard.
  • CWPP (cloud workload protection platform): vulnerabilità e minacce su macchine virtuali, container e serverless.
  • CIEM (cloud infrastructure entitlement management): permessi effettivi di utenti e identità di servizio.
  • DSPM (data security posture management): dove sono i dati sensibili e chi li raggiunge.
  • CNAPP (cloud-native application protection platform): la piattaforma che unisce questi pezzi in un unico modello dati e collega i segnali in percorsi di attacco sfruttabili.

Come funzionano e come si scelgono lo spieghiamo nella pillar CNAPP: cos'è e quali componenti ha. Una nota: nessuno di questi strumenti sostituisce SIEM e SOC. Lavorano sulla postura del cloud; la correlazione con endpoint, identità e posta, e la risposta agli incidenti, restano un lavoro a parte.

Da dove partire

Se oggi non hai un quadro chiaro, l'ordine che regge è questo:

  1. Inventario. Quali account, sottoscrizioni e progetti esistono, su quali provider, chi ne è il responsabile. Gli account che nessuno conosce sono spesso i più esposti.
  2. Identità. Autenticazione a più fattori ovunque, account amministrativi ridotti al minimo, chiavi di accesso vecchie ruotate o ritirate.
  3. Esposizione. Cosa è raggiungibile da internet, e cosa c'è dietro.
  4. Log. Registri delle attività amministrative attivi su tutti gli account e conservati fuori dalla portata di chi li potrebbe cancellare.
  5. Priorità. Una lista ordinata per rischio reale, non per numero di avvisi: in cima vanno le combinazioni di risorsa esposta, vulnerabilità nota e permesso che porta ai dati.

Il modo più rapido per avere i primi tre punti è una valutazione fatta sull'ambiente reale: ne descriviamo metodo e risultati nell'articolo sul cloud security assessment. Se invece i carichi devono ancora arrivare in cloud, identità, rete e piano di ritorno si decidono già nel progetto di migrazione cloud.

Wiz e AmagisTech

Wiz è una piattaforma CNAPP che si collega ai cloud via API, senza agenti, e mette in fila i rischi in base ai percorsi di attacco che rendono sfruttabili. Google ha completato l'acquisizione di Wiz l'11 marzo 2026; secondo l'annuncio di Google Cloud il marchio Wiz resta e i prodotti continuano a funzionare sui principali cloud, compresi AWS, Microsoft Azure e Oracle. Il quadro completo è nell'articolo su Wiz e Google Cloud.

AmagisTech è partner Wiz: lo usiamo per fare la fotografia del cloud di un'azienda, vedere cosa è esposto davvero e decidere insieme cosa sistemare prima.

In sintesi

In sintesi: la cloud security riguarda soprattutto la parte che resta al cliente, cioè identità, configurazioni, dati, workload, esposizione e log. Il provider gestisce l'infrastruttura, gli errori di configurazione fanno il resto, e standard come ISO/IEC 27001 e la NIS2 chiedono di dimostrare che quella parte è sotto controllo. Se vuoi sapere a che punto è il tuo cloud, parti dalla fotografia del cloud con Wiz: via API, senza agenti, con i rischi in ordine di priorità.

Domande frequenti

È la sicurezza di ciò che un'azienda ha nel cloud: identità e permessi, configurazioni delle risorse, dati, macchine virtuali e container, esposizione su internet, log e capacità di rilevare un incidente. Il provider gestisce l'infrastruttura fisica e, a seconda del modello di servizio, una parte dei livelli superiori; configurazioni, identità e dati restano sempre al cliente.
Solo in parte. AWS distingue la sicurezza del cloud, che spetta al provider, dalla sicurezza nel cloud, che spetta al cliente. Microsoft precisa che dati e identità restano al cliente in ogni modello di servizio. Più si passa da SaaS a IaaS, più lavoro resta a te.
Configurazioni sbagliate, permessi eccessivi o mai ritirati, risorse esposte su internet senza saperlo, chiavi di accesso nel codice, log spenti e account cloud aperti fuori dal controllo dell'IT. Secondo Google Cloud molte violazioni nascono proprio da una configurazione sbagliata.
Non usa il cloud come titolo di un obbligo, ma l'art. 24 c. 2 del D.Lgs. 138/2024 chiede misure che lo riguardano direttamente: sicurezza della catena di approvvigionamento compresi i fornitori di servizi, backup e ripristino, cifratura, controllo degli accessi e gestione degli assetti, autenticazione a più fattori.
La cloud security è la disciplina; la CNAPP è una categoria di piattaforme che la supporta, unendo controllo delle configurazioni (CSPM), dei workload (CWPP), dei permessi (CIEM) e dei dati (DSPM) in un unico modello che collega i segnali in percorsi di attacco.

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